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La cultura del dato guida la trasformazione digitale

13, Aprile, 2017 di Marco Terno

Algorithmic Economy: così Gartner ha denominato il contesto economico attuale, identificando come elemento strategico la capacità delle aziende di manipolare algoritmi per rendere i propri prodotti e servizi „aumentati“.
Gli esempi non mancano, a partire da quello classico: Amazon domina perché sa segnalarci meglio degli altri player i prodotti più adatti a noi prima che in noi emerga chiaramente il loro bisogno. Sulla stessa lunghezza d’onda Netflix con i suoi contenuti video, Spotify per la musica, Google per la pubblicità…
Tutte le aziende che intenderanno restare sul mercato dovranno prima o poi muoversi in questa direzione, e considerare asset strategici gli algoritmi propri del loro business.

Scott Galloway, docente presso la NYU Stern School of Business, lo sintetizza con una formula: valore del brand = n° di recettori x intelligenza di elaborazione dati. Il valore di un business nell’era digitale deriva dal numero di recettori che è in grado di posizionare a contatto degli utenti (cioè i momenti in cui può tracciare l’uso dei suoi servizi da parte loro) moltiplicato per la capacità di elaborare i dati raccolti in questo modo. Risulta matematicamente evidente che non basta agire su uno dei due moltiplicatori, cioè non basta raccogliere informazioni; è necessario avere la capacità di elaborarle e introdurle all’interno dei propri prodotti o servizi, al fine di renderli la migliore esperienza sul mercato per i propri clienti. Clienti che, deliziati da questa esperienza, saranno (consapevoli o meno) fonte di nuova informazione messa in circolo.  Amazon, Netflix, Spotify e Google lo fanno: ogni volta che usiamo un loro servizio “diciamo” qualcosa in più su di noi e indirettamente lo miglioriamo. Un tacito contratto sociale, accettabile per noi e valore inestimabile per loro. A discapito delle aziende che non si adeguano, innovandosi: sempre più abituati a una proposta su misura, i clienti troveranno la loro anonima e trascurata.

Qualsiasi business oggi è potenzialmente impattato dal digitale, e non manca la possibilità di distribuire recettori. Ma non tutto si basa sulla tecnologia: è la cultura, non sono gli strumenti, a portarci verso un’organizzazione davvero guidata dai dati.  “Culture eats strategy and technology for breakfast“ ha sentenziato l’economista Peter Drucker, affermando la predominanza di un approccio culturale e di visione, non solo sulla tecnologia, ma anche sulla strategia. Rapportata alla cultura, la strategia sbiadisce quasi fino ad essere una tattica di lungo periodo.
Le statistiche ci dicono che l’offerta di tool analitici cresce più della loro adozione, banalmente perché non si adotta ciò di cui non si sente il bisogno. Nelle aziende che dominano la digital economy, invece, la cultura del dato è diffusa all’interno di tutte le business unit: a tutti i livelli si ha la consapevolezza che le strategie e le decisioni motivate e suffragate dai dati sono quelle capaci di dare un vantaggio competitivo. Questa “coscienza” della centralità del dato non si sviluppa adottando un nuovo software, per quanto evoluto sia. La causa scatenante è la cultura del dato e della sua analisi.

Il ruolo della consulenza e di chi la porta nelle aziende è dunque quello di stimolare nelle persone e nelle organizzazioni la nascita di questo approccio culturale, proponendo i percorsi di crescita più opportuni, per ogni business, per ogni mercato, per ogni brand.

Marco Terno
Méthode

Come digitalizzare i processi aziendali?

 

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