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Rinnovare il business? Servono creatività e cultura del dato

17, Maggio, 2017 di Marco Terno

Il bello della digitalizzazione? Grazie ad essa oggi non mancano le tecnologie per avviare concretamente nuovi modelli di business che fino a qualche anno fa non erano neppure lontanamente pensabili. Diventa così possibile reagire velocemente ai cambiamenti di mercato, magari reinventando un business giunto a mostrare la corda. Tuttavia la possibilità di rinnovare il business non coincide automaticamente con la sicurezza di avere successo.
Alla capacità creativa di immaginare un nuovo business deve accompagnarsi l’abilità di esecuzione.

Oggi, pensare ad un nuovo modello di business significa ovviamente pensarlo “nativamente digitale”, con la necessità di dominare i principi della digital economy: sapere come muoversi, avere una prospettiva di medio, per poi essere pronti a stabilirla nuovamente, al cambiare degli input che provengono dal mercato.

In questo scenario, il business nato da questi nuovi modelli “nativi digitali” non può basarsi su decisioni strategiche prese “a intuito”. L’unico modo guidare al successo un business model è prendere decisioni consapevoli basate su informazioni certe: in una espressione, il business deve essere “data driven”.

L’essere nativi digitali (per un business) implica la capacità di gestire la mole ormai enorme di dati che l’azienda genera e trasformarli – con le giuste piattaforme di business analytics – in informazioni utili a livello decisionale. Sembra una questione tutta tecnologica ma poggia in prima istanza su una logica culturale. Superare gli ostacoli tecnologici, che pure ci sono (raccogliere tutti i dati possibili, garantirne la correttezza, unificarli, analizzarli…), non serve se poi in azienda non è l’evidenza del dato la bussola con cui dare direzione al proprio cammino. E la centralità maniacale del dato è:

Qualsiasi livello dell’impresa deve cioè fare propria l’idea che i dati devono essere sempre disponibili, per chiunque possa trarne valore, e sono l’unica base su cui fare scelte strategiche e definire percorsi di innovazione. “Without data you’re just a person with an opinion” ha sentenziato in tempi non sospetti W. Edwards Deming.

Per arrivare a immaginare, disegnare e concretizzare questo tipo di business, serve adottare un approccio di “design” adeguato. Quello analitico-lineare raramente si sposa con mercati digitali volubili e con la necessità di creare modelli di business davvero innovativi. Meglio il Design Thinking, che si ispira al processo creativo dei designer ma si applica in qualsiasi ambito. Non parte dall’identificazione del problema e dei passi necessari per risolverlo ma dall’analisi del contesto (da qui l’importanza della cultura del dato) per generare varie ipotesi innovative di cui nessuna è scartata a priori. Con un confronto multidisciplinare e collaborativo (elemento che permette di esprimere appieno il DNA aziendale) le ipotesi vengono esplorate ed elaborate. Le più interessanti conducono a prototipi che le mettono alla prova, in un processo iterativo che porta, per successive esclusioni, sino a identificare l’opzione migliore. Il Design Thinking è quindi un modo per  sparigliare le carte e stimolare il pensiero laterale in azienda: le condizioni migliori per sfruttare le potenzialità trasformative della digitalizzazione. È evidente che questo tipo di approccio deve essere introdotto in azienda da una consulenza specializzata, che sappia portare un punto diverso in azienda, un modo diverso di guardare al business, svincolato da tutte le conoscenze pregresse, da pregiudizi o convinzioni consolidate.

Marco Terno
Méthode

E’ importante sensibilizzare le aziende diffondendo una cultura data driven, qualsiasi sia il settore di riferimento, B2C o B2B.

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